Il caso di Simone Cassandra, il giovane fabbro di Norma che nel 1995 confessò tre omicidi: Francesco Belmonte, Franco Giordano ed Edoardo Novata, uccisi e gettati nei pozzi.
Il nome di Simone Cassandra resta legato a uno dei casi più cupi della cronaca laziale degli anni Novanta. Nell’estate del 1995, il piccolo paese di Norma, in provincia di Latina, fu sconvolto dalla scoperta di tre omicidi commessi da un giovane fabbro del posto, allora poco più che ventenne.
Le vittime erano Francesco Belmonte, anziano contadino, Franco Giordano, ragazzo di 17 anni, ed Edoardo Novata, un bambino del paese. I corpi vennero nascosti in alcuni pozzi nella zona di Norma, dopo essere stati colpiti con una spranga di ferro.
Il movente immediato del primo delitto venne ricondotto a un furto di galline e alla paura di Cassandra di essere denunciato o riconosciuto. Dopo la prima uccisione, secondo la ricostruzione emersa dalla confessione, gli altri due omicidi nacquero dal timore che qualcuno potesse collegarlo alla scomparsa di Belmonte.

Simone Cassandra: il furto delle galline e il primo corpo nel pozzo
La sequenza cominciò con Francesco Belmonte. Secondo le ricostruzioni dell’epoca, Cassandra aveva avuto rapporti con l’anziano contadino per piccoli furti di galline. Dopo la sparizione di un numero consistente di animali, Belmonte sospettò di lui e lo affrontò.
Da quel contrasto nacque il primo omicidio. Cassandra attirò Belmonte in una zona isolata, con un pretesto, e lo colpì alla testa con una spranga di ferro. Poi gettò il corpo in un pozzo. Nella confessione riportata dalla stampa, il giovane parlò di minacce ricevute e della paura che il contadino potesse ucciderlo o denunciarlo.
Pochi giorni dopo venne ucciso Franco Giordano, 17 anni. Anche in questo caso il delitto fu collegato alla paura di essere scoperto: Franco, fratello di un ragazzo che conosceva Cassandra, avrebbe potuto sapere qualcosa sulla lite con Belmonte e sulla sua scomparsa. Cassandra lo attirò con un pretesto legato a un lavoro da fare e lo colpì con la stessa arma.
La logica criminale, a quel punto, era già chiara agli investigatori: non una rapina, non un delitto nato da un solo impulso, ma una catena di omicidi in cui ogni vittima diventava, agli occhi dell’assassino, un possibile testimone da eliminare.
Edoardo Novata, la confessione e la condanna
L’ultima vittima fu Edoardo Novata, un bambino di Norma. Secondo la ricostruzione pubblicata all’epoca, Edoardo aveva visto Cassandra insieme alle persone poi scomparse e avrebbe potuto riferire tutto ai carabinieri. La sera della scomparsa, venne visto parlare con lui nei pressi di un tabaccaio.
Cassandra lo fece salire in auto con un pretesto e lo portò in una zona appartata. Anche Edoardo venne ucciso a colpi di spranga. Il corpo fu nascosto in un altro pozzo. La sparizione del bambino fece esplodere definitivamente l’allarme nel paese e portò amici, familiari e investigatori a ricostruire gli ultimi movimenti.
La svolta arrivò quando Cassandra parlò con un amico finanziere e indicò l’esistenza dei cadaveri. Dopo l’intervento dei carabinieri, confessò gli omicidi e accompagnò gli investigatori nei luoghi in cui aveva nascosto i corpi. La cronaca dell’epoca descrisse un paese sconvolto non solo dalla violenza dei delitti, ma anche dalla familiarità dell’assassino con le vittime e con la comunità.
Il percorso giudiziario ruotò attorno alla capacità di intendere e di volere. In primo grado Cassandra venne destinato a dieci anni di ospedale psichiatrico giudiziario. In appello la decisione cambiò: fu riconosciuta una condanna a 26 anni di reclusione, con tre anni da trascorrere in manicomio giudiziario, pena poi indicata come confermata in Cassazione.